Ti imbatti per caso in un volto drammatico, illuminato da due occhi come finestre aperte sul vuoto in un vecchio bellissimo film,
Uomini Contro, di Francesco Rosi. Vai a guardare il cast e scopri un nome che lì per lì non ti dice niente, eppure...
Eppure vai su Imdb e capisci dove l'hai già visto, secoli fa in un cineforum della tua adolescenza.
Mark Frechette. Libertà e morte nella Death Valley, il cuore arido del deserto americano.
Zabriskie Point. Michelangelo Antonioni.
Che fine ha fatto? Non era un attore. In un
vecchio filmato lo vedo rispondere impacciato in un talk show televisivo, all'indomani dell'uscita del film in America, seduto accanto alla coprotagonista
Daria Halprin, altra meteora. Un ineffabile
Mel Brooks, chissà perché invitato insieme a loro, si mostrava decisamente più a suo agio.
Antonioni cercava un ribelle vero per il suo film. La direttrice del casting lo notò in un sobborgo di Boston. Stava litigando con un tizio a una fermata dell'autobus.
Abitava in un comune. Si arrangiava come poteva, viveva di espedienti. All'improvviso, iniziarono ad arrivargli un sacco di dollari. Lo invitavano in tv, lo chiamavano per altri film. Finì in
copertina su
Rolling Stone. Ma non cambiò vita. I soldi, per esempio, li dava tutti alla comune. E spesso finivano.
Il 29 agosto 1973, tre anni dopo Zabriskie Point, lo beccarono durante una rapina. Erano in tre. Scelsero come bersaglio la filiale della New England Merchant's Bank di Fort Hill, periferia di Boston: praticamente l'agenzia sotto casa. Andò male. Ci scappò un morto, uno dei suoi amici. Lui, che aveva solo una pistola scarica, fu arrestato e rinchiuso nel
carcere di Norfolk. Una casa di detenzione di minima sicurezza, dopotutto.
Non ne uscì più vivo. Due anni dopo, il
27 settembre 1975, lo trovarono cadavere nella palestra della prigione. La versione ufficiale dice che morì per soffocamento mentre faceva allenamento pesi. Una sbarra di 70 kg gli aveva fracassato il collo. Aveva 27 anni.
L'anno scorso un regista russo naturalizzato americano,
Michael Yaroshevsky, ha realizzato un documentario sulla sua tragica storia:
Death Valley Superstar. Per ora è stato visto solo in qualche festival, a Montreal, San Francisco, San Paolo.